Asino chi legge

di Piero Giacchè

Non bisogna confondere le mode che passano con i modi, che ci sono sempre stati. Così, molto prima dell’hip-hop, c’erano già i writers, solo che ai miei tempi erano più piccoli.

Erano, anzi eravamo bambini.

Allora scrivevano graffiti graffiando sui muri e sui rari pezzi d’asfalto per terra, con il gesso o con il carbone. Si disegnavano pupazzi e scarabocchi, ma più spesso in terra si tracciavano le righe necessarie ai giochi o ai circuiti per i tappini rivestiti da corridori.

Poi, più tardi, anche parole. Ma prima, soltanto lettere accostate per suono e senza senso, con cui un mio amico si era inventato la parola più lunga del mondo che girava tutto l’angolo di una casa intonacata.

Infine la frase compiuta più frequente, che per un periodo campeggiava dappertutto:

ASINO CHI LEGGE

A che serviva? A chi era indirizzata?

Mettiamoci dall’altra parte, da quella dei giovanissimi lettori di prima elementare.

La scoperta del leggere era obbligatoria e perfino entusiasmante: non c’era la televisione ed era presto per i giornaletti. E poche erano le figure da vedere e da godere, infilate in libri fitti di parole.

Così, a stento e sillabando, anche prima di andare a scuola, ci si provava a leggere a voce alta tutto quello che si vedeva scritto: A-SI-NO-CHI-LE-GGE…

Non subito, ma quando si capiva cosa si era letto ci si sentiva fregati.

 

*

 

Molto più tardi o forse soltanto adesso, a ripensarci, ho scoperto cosa vuol dire: solo “chi legge” può essere “asino”.

E nel conto dell’asino ci sta davvero tutta la fregatura e la fatica della parola. Ci sta la pazienza che ci vuole per leggere sillabando e l’insoddisfazione di capire soltanto dopo.

Ma più di tutto ci sta l’ignoranza.

Ecco, solo chi legge finalmente scopre l’ignoranza: quella dimensione vasta e profonda che appunto più si legge e più si ingigantisce.

Prima di quella frase sul muro e di subirne la beffa, si era ignari ma non ignoranti.

Adesso, come allora, si finge di nascere tutti imparati e creativi. Ogni cattivo gioco ci consola e ogni buona zia ci gratifica. E al mondo, come si sa, ci sono più zie che lettori.

Ma allora, come forse anche adesso, si nasceva soprattutto liberi… di non fare e di non pensare.

E tutti invidiavano e invidiano ancora ai bambini quella virtù veniale di essere fannulloni e spensierati, che poi diverrà un peccato mortale.

Poi, all’improvviso – magari per lo scherzo di una scritta sul muro – ci si scopre e si diventa ASINI.

E qual’è il sogno dell’asino?

Quello di leggere così tanto da tornare da dove era partito, con qualche aggiunta di variazione di altezza e di bellezza, regali dell’ignoranza.

Quello di arrivare a toccare il cielo sopra il pensiero e riscoprire quel nulla che sta oltre il fare: quel sovra-pensiero e quel dolce-far-nulla di chi riesce – leggendo e scrivendo – a incantarsi di nuovo e a far volare almeno la testa.

 

*

 

GUARDA, C’E’ UN ASINO CHE VOLA!

E chi alzava lo sguardo al cielo, veniva ancora una volta beffato.

Quelli che poi ci cadevano più volte, in quel cielo, diventavano i bersagli di tutte le piccole torture infantili. Parlo di faccende crudeli ma non cattive: dalle domande trabocchetto su cosa pesa di più fra un chilo di ferro e un chilo di piume, agli incarichi di andare a comprare nel negozio di alimentari “mezz’etto di rumor di carrozza”.

Anche i creduloni erano “asini”, e anzi asini che già volavano un po’.

Non avevano sempre i piedi per terra, è vero, ma in compenso non erano mai diffidenti verso gli altri. Anzi, così aperti e leggeri appunto “da prendere in giro”. E infine umili e servizievoli e silenziosi fino all’asinità: una variante animale della santità piuttosto che un sinonimo di umana cretineria.

Chiunque abbia rincontrato i furbi di allora, sa che sono finiti a vendere “rumor di carrozza” da qualche parte. E adesso ci credono loro e per davvero. E magari hanno fatto strada ma non si sono mai alzati un filo da terra.

Molti dei creduloni invece hanno mantenuto la fede nelle parole dette e in quelle date. Hanno poi cercato di leggerne il più possibile di parole, fino a trovare qualche libro dentro il quale sembra di volare.

Qualcuno infatti sul serio diventa o s’inventa – che è lo stesso – un asino che vola. E bastano poche eccezioni per confortare tutti quelli che ancora guardano in alto in fiduciosa attesa che prima o poi qualche altro asino volerà!

Intanto guardare in alto fa bene: è la postura dell’umiltà.

Solo chi guarda in alto può prendere le misure su quanto è piccolo, e sopportare il peso della sua soma, e infine imitare la mite rassegnazione ma anche l’ostinazione incrollabile dell’asino.

 

*

 

Non saremo mai tutti asini che volano ma possiamo insistere nell’essere asini che leggono.

La casa editrice si intitola agli Asini per questi e per tanti altri motivi: c’è un culto degli asini e dell’asinità che guida tutte le sue iniziative.

Un culto a cui non si vuole convertire nessuno, ma che si basa sulla pazienza e ostinazione dell’asino, che – come si sa – non è facile spingerlo a camminare in tutte le strade.

Sembra obbedire l’asino ma invece alla fine decide sempre lui, anche quando lo si bastona.

E soprattutto l’asino ha le orecchie lunghe. Il che vuol dire che – anche quando stanno in punizione dietro alla lavagna – ascoltano molto gli asini.

 

E la virtù dell’ascolto è la prima per chi poi vuol proporre pensieri e pubblicare libri.
Una casa editrice deve saper ascoltare: saper raccogliere viene prima di cercare di vendere….

 

Leave a comment